venerdì 22 giugno 2018
Parole che amo: dignità
“Il latino [dignus] è un ricalco del greco [axios] che vuol dire a un tempo degno e assioma. Questo è un punto fondamentale.
Da quel che forse sapremo di matematica o di filosofia, l'assioma è un'asserzione, una verità evidente ed implicita, che prescinde da dimostrazioni: tale è la dignità.
Un valore intrinseco ed umile che scaturisce dall'essere umani, uno status ontologico che non dipende da alcuna scelta, azione, da nessun'altra qualità. La dignità è l'intima, indimostrabile nobiltà dell'uomo, l'intima, indimostrabile nobiltà di ogni essere (animale, pianta, roccia), pilastro postulato su cui si fonda l'intera costruzione del formidabile castello dei diritti civili, della vita civile, della cultura civile - della civiltà.
[...]
In effetti, quando si parla di dignità si tratta di una guglia di valore più che di un pilastro fondativo, da asserire con fermezza, forse, non perché esiste, ma perché esista.
E questa parola, nei suoi altri significati di decoro e di istituzione, ammantata di severità e onore, mantiene sì un certo peso, ma però perde questo suo vertiginoso significato”.
Parole che amo: facoltà
“Facoltà differisce da Potenza e Forza. La Facoltà è una proprietà naturale, per la quale il soggetto, che ne è fornito, è capace di produrre un effetto; e si applica particolarmente alle proprietà attive della mente. [...] In generale e con rigore scientifico si chiama Facoltà la sola potenza attiva, lasciando alla passiva il nome generico di Potenza: onde ogni uomo ha la Facoltà di ammaestrare e la Potenza di essere ammaestrato. Spesso però si confondono. Forza è propriamente la maggiore o minore intensità nell'operare, nell'esercitare le facoltà e le potenze.”
fonte:
Ogni treccia è una traccia.
Mia nonna diceva: “Quando una donna si sentirà triste, quello che potrà fare è intrecciare i suoi capelli, così il dolore rimarrà intrappolato tra i suoicapelli e non potrà raggiungere il resto del corpo.
Bisognerà stare attente che la tristezza non raggiunga gli occhi, perché li farà piangere e sarà bene non lasciarla posare sulle nostre labbra, perché ci farà dire cose non vere; che non entri nelle tue mani – mi diceva – perché tosterà di più il caffè o lascerà cruda la pasta: alla tristezza piace il sapore amaro.
Quando ti sentirai triste, bambina, intreccia i capelli: intrappola il dolore nella matassa e lascialo scappare quando il vento del nord soffia con forza.
I nostri capelli sono una rete in grado di catturare tutto: sono forti come le radici del vecchio cipresso e dolce come la schiuma della farina di mais.
Non farti trovare impreparata dalla malinconia, bambina, anche se hai il cuore spezzato o le ossa fredde per ogni assenza. Non lasciarla in te, con icapelli sciolti, perché fluirà come una cascata per i canali che la luna ha tracciato nel tuo corpo.
Intreccia la tua tristezza – mi disse – intreccia sempre la tua tristezza.
E, domani, quando ti sveglierai con il canto del passero, la troverai pallida e sbiadita tra il telaio dei tuoi capelli.”
Paola Krug
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