"Call me Manjiu, don't call me Guru, because that make me feel so old!"
"Keep it* simple!"
(*obviously about yoga)
Manju Pattaabhi Jois
Workshop and training teacher presso Ashtanga Yoga Bologna
17-21 giugno 2012
Si ritiene che la posizione del cadavere sia la più facile da eseguire, ma allo stesso tempo la più difficile da comprendere. Infatti, se nelle altre asana gli esercizi mettono alla prova l’equilibrio, la forza o la flessibilità, qui la vera sfida consiste in un totale rilassamento di ogni parte del corpo e della mente.
[…]
Simmetria – Molte persone non riescono quasi mai a rilassarsi completamente, in quanto ossessionate dall’idea di dover disporre il corpo in modo perfettamente simmetrico, cosa che si può verificare visivamente, ma che collide con la risposta cinestetica (propriocettiva) del corpo. In altre parole, ciò che appare simmetrico non è detto che venga percepito come tale [e viceversa, ciò che viene percepito come simmetrico non è detto che lo sia, n.d.r.]
Occorre inoltre rassegnarsi al fatto che tutti i corpi umani sono asimmetrici, altrimenti non si riuscirà mai a raggiungere uno stato di profondo rilassamento emozionale e fisico. Per rilassarsi completamente è pertanto necessario accettare il proprio corpo così com’è e non come vorremmo che sia.
Respirazione – Cadere in uno stato di profondo, ma consapevole rilassamento è cosa ben diversa dal semplice dormire, un’esperienza che in questa posizione accomuna molti. Poiché il corpo è completamente a riposo ed il metabolismo è libero dalla forza di gravità, è possibile eseguire il più difficile tra gli esercizi di respirazione: essere pienamente consapevoli dei movimenti respiratori senza controllarli.
Di solito, quando si è consapevoli della propria respirazione, si tende in qualche modo ad alterarne il ritmo naturale. Quando invece questa consapevolezza manca, la respirazione avviene in seguito ad impulsi e comportamenti involontari. La combinazione tra attiva consapevolezza e arrendevolezza ai movimenti respiratori spontanei fa in modo che la vera e propria resa sia un atto di volontà.
Gli amanti della citazione hanno sicuramente di che divertirsi. Per me le chicche più gustose sono state queste.
La conchiglia Shell in stile seventies che appare più e più volte, tanto da far sospettare un’azione di product placement.
Il “cameo” di Mac Donald, che Barnabas scambia per un simbolo demoniaco (“M di Mefistofele!” esclama quando si trova davanti ad un cartello con la consueta emme gigante), non si capisce bene se sia un omaggio polemico o, appunto, uno studiato piazzamento (personalmente propendo per la prima, ma non ho trovato notizie in merito).
Il cameo (questo reale!) di Alice Cooper e la sua musica. E sempre in tema di musica, l’evocazione dei versi di The Joker della Steve Miller Band (che Barnabas trova addirittura più pregnanti di Shakespeare) e di Disco Inferno (Burn, baby, burn!).
Il furgone Volksvagen e il suo equipaggio hippy tutto “peace and love and cannabis” a cui Barnabas durante un’indianata recita l’incipit di Love Story di Eric Segal: “Amare signifca non dover mai dire mi dispiace.” Salvo poi, pur con rammarico, ucciderli tutti per placare il suo bisogno di sangue umano.
E per finirie i quadri dei ritratti delle varie reincarnazioni di Angelique, nei vari stili artistici da quello rinascimentale a quello futurista, messi tutti in fila nella sala riunioni della sua azienda.