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venerdì 15 maggio 2026

 Magarella Margheritella 


Che te ne vai per le gravine

Con le tue erbe curi le vicine


Che te ne vai per il paese

Con le tue erbe curi le spose


Che te vai insieme a tuo padre

Con le tue erbe curi ogni male


Che te ne vai per ogni dove

Con le tue erbe curi ogni cuore


Magarella Margheritella


(Poesia che vorrebbe diventare canto, dedicata a Magarella, figlia del Mago Greguro, figure leggendarie di Massafra antica)

Monica Fronteddu

domenica 17 novembre 2024

Pedalando all’Amastuola

In una prossima vita sarò una campionessa di mountain bike, già da ragazzina, farò le discese a tutta e mi sembrerà di volare.

In una prossima vita sarò un’astrologa e conoscerò la storia di ogni singola stella e anche di ogni persona.

In una prossima vita conoscerò tutte le erbe spontanee e le loro proprietà, mi nutrirò di loro e non avrò quasi mai bisogno di fare la spesa.

In una prossima vita sarò un’affermata linguista e viaggerò nel tempo con l’etimologia di ogni parola.

In una prossima vita riuscirò a sedermi con le gambe in padmasama e riuscirò a fare kapotasana completo, ma questo non farà di me una yogini o una persona migliore.

In una prossima vita sarò felicemente madre di tre figl* e nonna di otto nipoti.

In questa vita invece… mi stupisco delle stelle, coltivo ortica e portulaca sul balcone, conosco il potere della parola con cui gioco a creare i miei mondi, viaggio con lo yoga nell’universo che ho scoperto dentro me stessa, conosco la meraviglia e la tragedia della genitorialità e sono madre di ogni donna che in me ne cerca una, e talvolta si tratta di me stessa.

E poi semino sogni, desideri e fantasie, pedalando all’Amastuola.

(Monica Fronteddu)

sabato 6 novembre 2021

SEGNI DEL DESTINO o della magica predittività dei numeri.

Era il 2000, avevo 26 anni. 26: 2+6 = 8, il mio numero, guarda caso.

Quell’anno, tra le altre cose mi laureai in Scienze della Comunicazione, con 2 anni di ritardo rispetto alla durata curricolare del corso. Avevo finito gli esami in tempo, ma poi mi trasferii a vivere in Puglia con il mio ragazzo, iniziai a lavorare e in realtà l’argomento che avevo scelto per la tesi di laurea non mi appassionava un granché.

Avevo faticato a trovare un professore che mi desse la tesi. Non avevo niente di preciso in testa e nel cuore su cui lavorare, i professori si aspettavano che fossimo noi studenti a proporre qualcosa da sviluppare, io avevo solo voglia di prendere la laurea e continuare per la mia vita che aveva già preso altre strade.

Quindi andai da un professore che non diceva di no a nessuno, e con scarso entusiasmo feci una noiosissima tesi compilativa per concludere la quale mi ci vollero due anni. Non sapevo ancora niente di yoga e spiritualità, che avrei iniziato a studiare 5 anni dopo, mi consideravo atea e tutto ciò che aveva a che fare con la religione mi procurava attacchi di orticaria intellettuale.

Presi 108, un voto sicuramente non basso, ma comunemente considerato mediocre per un laureato in Scienze della Comunicazione di quegli anni.

Non ci badai troppo, tanto il titolo di studio sarebbe finito nel cassetto, anzi appeso al muro come ricordo della mia formazione più umana che professionale in quegli anni a Siena. Ma in un angolo del mio cuore quel 108 era il sigillo della mia scarsa autostima, della mancanza di fiducia in me stessa, che non ero riuscita a concludere un percorso di studi, che pure avevo amato molto, con un progetto che mi appassionasse davvero, anche solo per soddisfazione personale.

Non so perché l’altro giorno mi sono ricordata di tutto ciò, e ho sorrido, pensando a quell’occhiolino della vita beffarda, che ci parla attraverso cose minuscole e apparentemente insignificanti, senza curarsi di quando e come, la staremo poi ad ascoltare.

Oggi a distanza di più di vent’anni guardo a quel 108 con occhi diversi. Per chi fa yoga e in tanti percorsi spirituali è un numero sacro, misterioso, magico. Forse la vita tramite quel voto mi stava già indicando la mia strada, mi stava offrendo un timido indizio di ciò che ancora non ero ma sarei diventata, o forse che già ero ma non riuscivo ancora a vedere.

In fondo avrei potuto prendere 106, 107, 109, con un po’ più di impegno ed entusiasmo forse anche 110. Ma la verità è che oggi non avrei voluto nessun altro numero nella mia storia che quel magico 108 che fece capolino come una bussola spirituale.

mercoledì 10 febbraio 2021

Diceva Ennio Flaiano: “I grandi amori si annunciano in un modo preciso, appena la vedi dici: chi è questa stronza?”

Credo che la stessa incontrovertibile verità si possa estendere non solo alle persone, ma anche ai luoghi, alle cose, alle situazioni.

Come tra me e Chiatona, per esempio.

La prima volta che ci ho messo piede ho pensato, con tutto il mio cuore, il mio fegato e il mio stomaco: che schifo di posto. E che nome di merda. 

Chi mi conosce sa, perché lo dico sempre, che da sarda mi approccio a qualunque mare diverso da quello della mia isola con una tremenda puzza sotto il naso. 

Nel caso di Chiatona la puzza è anche quella dell’Ilva: se quelle ciminiere fumanti fossero un’installazione artistica, Chiatona sarebbe il posto in prima fila per ammirarle. 

A dare man forte alla mia snobberia anche un innegabile degrado che di fatto la pervade, sopratutto in alcuni punti, in modo davvero vergognoso e sicuramente non necessario, in fondo dare una mano di bianco ai muretti sul mare non manderebbe in fallimento nemmeno la più disastrata delle amministrazioni.

E poi c’è quel fondale del mare grigio, con cui riesco a scendere a patti solo da quando, qualcuno per prendermi in giro mi disse: “fai finta di fare il bagno del Gange”.

E io davvero ho iniziato a fare finta che fosse il Gange. Ricordando che il fiume più sacro e amato del mondo non svetta certo per limpidezza ed igiene, ed è stato forse così che ho iniziato prima ad apprezzarla e poi ad amarla.

Insomma a Chiatona all’inizio ci venivo solo per comodità: abbastanza vicina, con relativamente poco traffico, buone probabilità di trovare parcheggio e, sapendo dove andare, possibilità di trovare un angolo di spiaggia libera non troppo affollato nemmeno a Ferragosto. Piano piano poi l’ho iniziata a scoprire, accorgendomi che è immersa in bellissime pinete poco frequentate; che nelle sue spiagge crescono profumatissimi gigli di mare; che nelle intricate viuzze che la attraversano ci sono case nascoste tra i pini che potrei addirittura definire molto belle; che le strade hanno nomi deliziosi, tipo Via del Buongiorno; che oltre alle ciminiere dell’Ilva, quando le giornate sono limpide, si possono vedere anche i monti della Calabria; che nei giorni di luna piena estivi si può vedere al tempo stesso il sole tramontare e la luna sorgere, o al contrario ammirare l’alba di sole insieme al tramonto di luna; che è una meravigliosa colonia di gatti per lo più neri, felici e ben nutriti.

Lentamente eppure improvvisamente questo “schifo di posto” è diventato un posto del cuore, custode di passeggiate solitarie, di sessioni di yoga, di momenti a volte romantici e a volte goliardici, in ogni caso indimenticabili, di confidenze con le amiche, di risate, abbracci, risate, baci, risate, lacrime, e ancora risate.

Adesso non cambierei Chiatona con nessun altro posto al mondo (a meno che non si tratti della Sardegna, sia ben chiaro). Anche perché, dove lo trovo un altro posto a dieci minuti da casa che mi faccia lo stesso effetto del Gange? 

sabato 3 ottobre 2020

Lo zen e l’arte di non riuscire ad andare al mare in Salento.

[DISCAIMER: post dal contenuto impopolare che potrebbe fare venire voglia di rimuovermi dagli amici. Leggere con cautela, facendo bene attenzione a non farsi sfuggire la nota ironica].

Il mare del Salento per me è un po’ come il Molise: non esiste. E se esiste è fortemente sopravvalutato. Certo, per chi arriva in quelle acque partendo dal fondale melmoso di Chiatona potrebbe sembrare il Paradiso, ma per chi come me  è cresciuta col culo a mollo delle cristalline acque del Golfo di Orosei l’asticella delle aspettative si alza vertiginosamente. 

Ma il punto non è nemmeno questo. Sarò stata in Salento almeno una decina di volte e solo due mezze volte sono riuscita a fare un bagno appena decente. 

Una volta era inverno, e vabbè, si sa che nella stagione fredda le località marittime non si esprimono al meglio.

Un’altra manciata di volte anche se era piena estate il tempo era brutto. E se è pur vero che al meteo non si comanda, però che cavolo di ospitalità è questa?! Non è possibile che appena arrivo io, in piena crisi di astinenza da mare sardo, della promessa “lu sole, lu mare, lu ientu”, mi facciate trovare solo impetuose folate de “lu ientu”, tanto valeva andarmene a Torre a Mare in un giorno di maestrale, che risparmiavo chilometri e traffico.

Un’altra volta era piena estate e anche bel tempo... ma c’era talmente tanta gente che in spiaggia si aveva a disposizione uno spazio vitale inferiore alla superficie del proprio asciugamano, tale da non poter apprezzare la differenza con un ombrellone in ottantesima fila a Castellaneta Marina in un sabato di agosto. Il bagno si faceva praticamente in fila indiana e mentre respiravi il vicino panciuto poteva tranquillamente indovinare cosa avevi mangiato il giorno prima e se ti giravi di scatto rischiavi di infilargli un un gomito nelle costole. Per avere una possibilità di fare due bracciate bisognava raggiungere via mare la Calabria.

Solo un paio di anni fa sono riuscita a tuffarmi al volo e con soddisfazione da uno scoglio del lungomare di Gallipoli. In mutande, perché non avevo il costume con me e faceva troppo caldo per continuare a stare sotto il sole. Bella storia, però ecco, dalla fama del Salento mi aspettavo qualcosa di più di una fugace sveltina. 

Adesso sono appena tornata da una settimana a Galatone. Una casa in campagna presa con un gruppo di amici. Stavamo talmente bene tra di noi che ci siamo timidamente allungati a Porto Selvaggio solo un paio di giorni dopo essere arrivati e solo per mezzo pomeriggio. Perché non si può non andare in Salento e non andare al mare. Salvo poi renderci conto che a Porto Selvaggio non ci si può andare solo per un paio di ore, giacché ci vogliono quindici minuti di macchina e mezz’ora di camminata a piedi (al ritorno in salita!). E se poi come noi, manco a dirlo, sbagli strada, nemmeno riesci a trovare la famosa baia, ti ritrovi a constatare che gli scogli sono talmente appuntiti da rendere la calata in acqua un’impresa alla Tom Cruise in Mission Impossible, soprattutto nei giorni in cui abbonda “lu ventu”, l’unica cosa che - ormai si è capito - in Salento non scarseggia mai. Per fortuna la casa era bella e la compagnia ottima, quindi restare a casa a magnare, beve’ e cazzeggiare ci ha fatto passare ogni altra velleità balneare. 

Tra un paio di giorni ci riprovo, motivi di lavoro mi porteranno a San Foca. Non è dato di sapere se e con che grado di soddisfazione potrò ammollare il mio culo in acqua. Vi farò sapere.

 Diamoci un’altra possibilità Salento, in fondo non sei tu, sono io. Però, almeno per una volta abbassami sto “lu ientu”, ecchecazz! 


P.S. 

Nota seria. Al di là di battute e scherzi, il Salento è diventato un cimitero di ulivi. Distese di tronchi tagliati, ovunque. Uno spettacolo macabro che fa davvero male al cuore. Abbiamo pianto lacrime amare per questa terra martoriata. Io non so bene della storia della xylella e della questione no tap, ma vedo che stiamo distruggendo le cose più belle della nostra terra senza capire che tutto ciò che infliggiamo alla terra lo infliggiamo a noi stessi. Forza ulivi, forza Salento, forza Puglia, forza Terra. La natura troverà la sua strada per risorgere, ma noi esseri umani restiamo comunque delle merde. 



venerdì 10 agosto 2018

Ultimo tratto della A14 verso sud, praticamente quello che attraversa Molise (sì, esiste) e Puglia, circa 250 chilometri di rettilineo quasi continuo.
Non è un’autostrada, è un’esperienza mistica.

sabato 12 agosto 2017

Puzzle di cuori.

- È un bel guaio sai, avere il cuore diviso tra due luoghi differenti è così distanti.
- Ti servono due cuori.
- Forse anche di più.

Ecco cosa sono i puzzle... i mille pezzi di un cuore che cercano di stare insieme... ma quasi sempre, inevitabilmente... un pezzettino si perde per strada.
(Ho "incontrato" per strada due pezzi di puzzle singoli ultimamente... ora ne capisco il senso)
❤️

venerdì 30 settembre 2016

Parole che amo: viaggiare.

Dal latino viaticum, provvista necessaria per il viaggio. 

Ovvero, tutto ciò che la mamma pugliese sa da sempre anche senza studiare linguistica ed etimologia: non ci si può mettere sulla via senza un'adeguata dose di provviste!

mercoledì 21 settembre 2016

Elogio del sud e dell'Apecar.

A Dorgali c'è "Birò" (diminutivo del suo nome in sardo: biroeddu, parola che amo) e porta su - oltre al suo nome - la scritta "da grande farò il TIR)".

A Massafra girano tre fratelli, anche loro - aspiranti TIR - con i rispettivi nomi scritti sopra: Peppino, Peppone, Peppuzzo. 

Ogni volta che li incontro sorrido. Sono anni che cerco di fotografarli, e forse un giorno ci riuscirò. Speriamo prima che diventino Tir.

mercoledì 7 settembre 2016

In fondo questa Murgia è un po' Barbagia.

In fondo questa Murgia e questa Barbagia sono un po' Brasile è un po' India

❤️

martedì 2 agosto 2016

Se dovete dividervi il cuore in due, dividetevelo tra Puglia e Sardegna.

Alba in Puglia: scoprire la magia di un sole che alle 4,30 sta già per sorgere.
Tramonto in Sardegna: stupirsi che alle 21,00 ci sia ancora la luce del giorno.

La piatta Puglia, dove in certe sere d'estate nelle piane puoi vedere contemporaneamente il sole che tramonta ad ovest e la luna che sorge ad est.

La tortuosa Sardegna, dove il sole tramonta sul Gennargentu mentre la Luna sorge dal mare, per poi, come da canzone, spuntare dal monte.

Se dovete dividervi il cuore in due, dividetevelo tra Puglia e Sardegna. ❤

giovedì 17 luglio 2014

Ovunque nel mondo puoi incontrare un sardo.
Ovunque nel mondo puoi incontrare un pugliese.
Ovunque nel mondo un sardo e un pugliese si incontreranno e - quasi sicuramente - si piaceranno.

Sa_lento

martedì 15 luglio 2014

La città vecchia

Ieri camminavo per Bari Vecchia e pensavo a questo modo di chiamarla. Anche a Taranto si dice così: Taranto Vecchia. Le parole sono importanti diceva Nanni Moretti, e a me questo aggettivo "vecchia" apre un immaginario infinito di come questi luoghi tanto esterofili si rappresentano.
Ciò che in altre parti d'Italia è chiamato centro storico o borgo antico, ed è di solito il fiore all'occhiello, qua in Puglia è (stato) un vecchio angolo, in cui accantonare le cose e le persone meno desiderabili (almeno all'apparenza).
Fino a qualche anno fa addirittura non era per niente raccomandabile attraversarle. 
E invece sono posti bellissimi, con mille viuzze ed edifici che raccontano un mondo, ne racchiudono la storia, ne preservano le tradizioni più antiche ed autentiche. E per descrivere tutto ciò si è scelto il più decadente degli aggettivi: vecchia.

Mi viene in mente la canzone di De Andrè, La città vecchia, appunto, che parla di Genova, ma potrebbe trattarsi benissimo di Bari o di Taranto. O di qualsiasi città di mare, forse.

(Caso strano e ironia della sorte negli ultimi anni è accaduto che in tante città i centri storici hanno iniziato un processo di parziale degrado, mentre da queste parti è iniziato un processo inverso di recupero e riqualificazione, almeno parziale.)

martedì 21 agosto 2012

Chittemuert, quanto ti amo



Per le strade di Bari, un caldo pomeriggio di agosto, complice Lucifero o chi per lui...


Lui: maglietta bianca, bermuda rossi, pescura, a cavallo di una vecchia vespa bianca. Un piede sulla vespa, l'altro sul marciapiede. Sigaretta in bocca. 

Lei: vestitino a fiori e tanta roba, tutta cosce e tette e una massa infinita di capelli castani raccolti alla meno peggio con un fermaglione colorato. In piedi sul marciapiede, di fronte a lui. 

Litigano animosamente in dialetto barese, probabilmente per questioni di gelosia. 

A un certo punto lui si scoccia, la manda sonoramente a quel paese, mette in moto la vespa e con un'inversione ad U degna di un pilota professionista se ne va, lasciandola sola e disperata sul marciapiede. 

WRRRROOOOOOONN... 

Le lo guarda allontanarsi, viso incazzato, ma occhio languido e allungandogli una mano contro gli grida: "Vitooooooo, chittemuert quanto ti amooooo."