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sabato 4 marzo 2023

 Ho dei conti in sospeso con la Sardegna.

Io con la Sardegna ci parlo*. Ci discuto, ci litigo, mi incazzo, lei se ne frega, poi mi passa, e lei sempre se ne frega, ma comunque in qualche modo poi facciamo pace. Ci vogliamo bene, ma non ci capiamo. O meglio, io non capisco lei, lei invece come al solito di me - e di tutti - se ne frega. Dispensa bellezza straziante e se ne frega.

Terra apparentemente immobile, di silenziose urla, di misteriosa magia, scomoda e affascinante, carezza per gli occhi, ispida per il cuore. Spine a protezione di una potente vulnerabilità di una Madre abusata che resiste e non perde la sua selvatichezza. 

Crescere in questo posto è stata una benedizione infernale, andarmene è stato creare un debito karmico che sembra non riuscire ad estinguersi mai. 

E quando mi sembra di aver quasi trovato la quadra… Sardegna e karma si fanno beffe di me, e l’uomo che amo si trasferisce al di qua del continente. 

I miei conti in sospeso con questa terra Madre continuano imperterriti a non tornare. Io continuo a metterla sul personale, e lei naturalmente se ne frega.

Poi ogni tanto mi parla anche lei, tramite le sue pietre umili e mastodontiche. Frasi secche, criptiche, poche parole che arrivano come schiaffi in faccia. Come quella volta qualche anno fa in cui mi disse: “Io sono te”. 

Come questa volta che mi ha detto: “Io non sono il tuo karma, sono il tuo dharma”. 

E lentamente ma inesorabilmente (con tempi sardi, insomma…) sempre di più imparo semplicemente che non ci può essere altra via che quella di arrendermi all’infinito amore che nonostante tutto provo verso questa terra severa e generosa, alla sua bellezza, i suoi profumi, i suoi colori, i suoi suoni, che appartengono alla mia anima e alle mie cellule. Paesaggi che conosco a memoria, anche nei luoghi che vedo per la prima volta, ma che non smettono mai di affascinarmi, stordirmi, insegnarmi.

Solo oggi comprendo che quei conti che non tornano sono i sensi di colpa per essermene andata e per non essere voluta tornare a lungo, rinnegando parti di me che avevano solo bisogno di amore. 

È tempo di lasciare andare questi sensi di colpa e arrendermi all’infinito amore con cui questa terra mi inonda, da sempre e ovunque io sia, qualsiasi cosa faccia. 

Grazie Ichnusa, ci vediamo alla prossima ♥️

martedì 12 ottobre 2021

Mangia, prega, ama.

Mangiare, ho mangiato. E bevuto. Anche troppo.

Pregare, ho pregato. Il giusto. Che ovunque vado incontro almeno un Ganesha e un vestito indiano.

Amare, ho amato. Mai abbastanza.


Benevento. Un tempo chiamata Malevento. Il vento è sempre lo stesso, è cambiata solo la predisposizione d’animo delle streghe sotto al noce. Che Santa Sofia ci faccia il dono della saggezza.


Genova. Chiese e puttane. Profumo di incenso e odore di piscio. Ancora testardamente fedele ad ogni canzone di De Andrè.

Zanego - Lerici - Porto Venere - Palmaria - La Spezia - Le cinque terre. Gli abitanti potranno democraticamente scegliere tra la vocazione montanara o quella marinara. In ogni caso ci sarà da farsi un culo così. Poi dice che il ligure mugugna.

Luoghi oggi presi di assalto, ma che un tempo furono abbandonati da dio e dagli uomini. Piccoli angoli di Paradiso o di Inferno, a seconda del periodo dell’anno o dell’allerta meteo e il rischio di alluvione.

A proposito di Liguria, il sorriso triste d’Italia… Non sono mai troppo gentili, questi liguri, eppure molto più disponibili di quanto vogliano dare a vedere. In un mondo in cui prevale la falsa cortesia, la disponibilità solo apparente e sempre finalizzata al tornaconto personale, preferisco la schiettezza di chi ti dà del rompicoglioni, ma comunque si adopera concretamente per offrirti un servizio onesto.


Pietrasanta - Viareggio - Lucca. Arte e amicizia. Tetti rossi e biciclette. Ti amo ancora tanto e tutta, Toscana. Grazie per avermi ospitata mentre diventavo la donna che grazie al cielo non sono più.


Cassino. La pace dopo la guerra. La forza di rialzarsi e riscostruire. Ancora e ancora. L’ostinata e fiduciosa ricerca delle proprie origini in un cimitero di guerra. Il ritorno nostalgico e necessario.


Undici giorni che sono sembrati mille e sono volati in un attimo.


“Tutto quello che siamo lo portiamo con noi nel viaggio.
Portiamo con noi la casa della nostra anima, come fa una tartaruga con la sua corazza.
In verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l'uomo un viaggio simbolico.
Ovunque vada è la propria anima che sta cercando.
Per questo l'uomo deve poter viaggiare.”
(Andrej Tarkovskij)

Veloce velocissimo, o lento lentissimo? Vento ventissimo 💟


mercoledì 10 febbraio 2021

Diceva Ennio Flaiano: “I grandi amori si annunciano in un modo preciso, appena la vedi dici: chi è questa stronza?”

Credo che la stessa incontrovertibile verità si possa estendere non solo alle persone, ma anche ai luoghi, alle cose, alle situazioni.

Come tra me e Chiatona, per esempio.

La prima volta che ci ho messo piede ho pensato, con tutto il mio cuore, il mio fegato e il mio stomaco: che schifo di posto. E che nome di merda. 

Chi mi conosce sa, perché lo dico sempre, che da sarda mi approccio a qualunque mare diverso da quello della mia isola con una tremenda puzza sotto il naso. 

Nel caso di Chiatona la puzza è anche quella dell’Ilva: se quelle ciminiere fumanti fossero un’installazione artistica, Chiatona sarebbe il posto in prima fila per ammirarle. 

A dare man forte alla mia snobberia anche un innegabile degrado che di fatto la pervade, sopratutto in alcuni punti, in modo davvero vergognoso e sicuramente non necessario, in fondo dare una mano di bianco ai muretti sul mare non manderebbe in fallimento nemmeno la più disastrata delle amministrazioni.

E poi c’è quel fondale del mare grigio, con cui riesco a scendere a patti solo da quando, qualcuno per prendermi in giro mi disse: “fai finta di fare il bagno del Gange”.

E io davvero ho iniziato a fare finta che fosse il Gange. Ricordando che il fiume più sacro e amato del mondo non svetta certo per limpidezza ed igiene, ed è stato forse così che ho iniziato prima ad apprezzarla e poi ad amarla.

Insomma a Chiatona all’inizio ci venivo solo per comodità: abbastanza vicina, con relativamente poco traffico, buone probabilità di trovare parcheggio e, sapendo dove andare, possibilità di trovare un angolo di spiaggia libera non troppo affollato nemmeno a Ferragosto. Piano piano poi l’ho iniziata a scoprire, accorgendomi che è immersa in bellissime pinete poco frequentate; che nelle sue spiagge crescono profumatissimi gigli di mare; che nelle intricate viuzze che la attraversano ci sono case nascoste tra i pini che potrei addirittura definire molto belle; che le strade hanno nomi deliziosi, tipo Via del Buongiorno; che oltre alle ciminiere dell’Ilva, quando le giornate sono limpide, si possono vedere anche i monti della Calabria; che nei giorni di luna piena estivi si può vedere al tempo stesso il sole tramontare e la luna sorgere, o al contrario ammirare l’alba di sole insieme al tramonto di luna; che è una meravigliosa colonia di gatti per lo più neri, felici e ben nutriti.

Lentamente eppure improvvisamente questo “schifo di posto” è diventato un posto del cuore, custode di passeggiate solitarie, di sessioni di yoga, di momenti a volte romantici e a volte goliardici, in ogni caso indimenticabili, di confidenze con le amiche, di risate, abbracci, risate, baci, risate, lacrime, e ancora risate.

Adesso non cambierei Chiatona con nessun altro posto al mondo (a meno che non si tratti della Sardegna, sia ben chiaro). Anche perché, dove lo trovo un altro posto a dieci minuti da casa che mi faccia lo stesso effetto del Gange? 

sabato 3 ottobre 2020

Lo zen e l’arte di non riuscire ad andare al mare in Salento.

[DISCAIMER: post dal contenuto impopolare che potrebbe fare venire voglia di rimuovermi dagli amici. Leggere con cautela, facendo bene attenzione a non farsi sfuggire la nota ironica].

Il mare del Salento per me è un po’ come il Molise: non esiste. E se esiste è fortemente sopravvalutato. Certo, per chi arriva in quelle acque partendo dal fondale melmoso di Chiatona potrebbe sembrare il Paradiso, ma per chi come me  è cresciuta col culo a mollo delle cristalline acque del Golfo di Orosei l’asticella delle aspettative si alza vertiginosamente. 

Ma il punto non è nemmeno questo. Sarò stata in Salento almeno una decina di volte e solo due mezze volte sono riuscita a fare un bagno appena decente. 

Una volta era inverno, e vabbè, si sa che nella stagione fredda le località marittime non si esprimono al meglio.

Un’altra manciata di volte anche se era piena estate il tempo era brutto. E se è pur vero che al meteo non si comanda, però che cavolo di ospitalità è questa?! Non è possibile che appena arrivo io, in piena crisi di astinenza da mare sardo, della promessa “lu sole, lu mare, lu ientu”, mi facciate trovare solo impetuose folate de “lu ientu”, tanto valeva andarmene a Torre a Mare in un giorno di maestrale, che risparmiavo chilometri e traffico.

Un’altra volta era piena estate e anche bel tempo... ma c’era talmente tanta gente che in spiaggia si aveva a disposizione uno spazio vitale inferiore alla superficie del proprio asciugamano, tale da non poter apprezzare la differenza con un ombrellone in ottantesima fila a Castellaneta Marina in un sabato di agosto. Il bagno si faceva praticamente in fila indiana e mentre respiravi il vicino panciuto poteva tranquillamente indovinare cosa avevi mangiato il giorno prima e se ti giravi di scatto rischiavi di infilargli un un gomito nelle costole. Per avere una possibilità di fare due bracciate bisognava raggiungere via mare la Calabria.

Solo un paio di anni fa sono riuscita a tuffarmi al volo e con soddisfazione da uno scoglio del lungomare di Gallipoli. In mutande, perché non avevo il costume con me e faceva troppo caldo per continuare a stare sotto il sole. Bella storia, però ecco, dalla fama del Salento mi aspettavo qualcosa di più di una fugace sveltina. 

Adesso sono appena tornata da una settimana a Galatone. Una casa in campagna presa con un gruppo di amici. Stavamo talmente bene tra di noi che ci siamo timidamente allungati a Porto Selvaggio solo un paio di giorni dopo essere arrivati e solo per mezzo pomeriggio. Perché non si può non andare in Salento e non andare al mare. Salvo poi renderci conto che a Porto Selvaggio non ci si può andare solo per un paio di ore, giacché ci vogliono quindici minuti di macchina e mezz’ora di camminata a piedi (al ritorno in salita!). E se poi come noi, manco a dirlo, sbagli strada, nemmeno riesci a trovare la famosa baia, ti ritrovi a constatare che gli scogli sono talmente appuntiti da rendere la calata in acqua un’impresa alla Tom Cruise in Mission Impossible, soprattutto nei giorni in cui abbonda “lu ventu”, l’unica cosa che - ormai si è capito - in Salento non scarseggia mai. Per fortuna la casa era bella e la compagnia ottima, quindi restare a casa a magnare, beve’ e cazzeggiare ci ha fatto passare ogni altra velleità balneare. 

Tra un paio di giorni ci riprovo, motivi di lavoro mi porteranno a San Foca. Non è dato di sapere se e con che grado di soddisfazione potrò ammollare il mio culo in acqua. Vi farò sapere.

 Diamoci un’altra possibilità Salento, in fondo non sei tu, sono io. Però, almeno per una volta abbassami sto “lu ientu”, ecchecazz! 


P.S. 

Nota seria. Al di là di battute e scherzi, il Salento è diventato un cimitero di ulivi. Distese di tronchi tagliati, ovunque. Uno spettacolo macabro che fa davvero male al cuore. Abbiamo pianto lacrime amare per questa terra martoriata. Io non so bene della storia della xylella e della questione no tap, ma vedo che stiamo distruggendo le cose più belle della nostra terra senza capire che tutto ciò che infliggiamo alla terra lo infliggiamo a noi stessi. Forza ulivi, forza Salento, forza Puglia, forza Terra. La natura troverà la sua strada per risorgere, ma noi esseri umani restiamo comunque delle merde. 



sabato 9 maggio 2020


INVOCO LA FORZA

Invoco la forza delle pietre, perché mi diano la fermezza,
Invoco la terra perché mi doni radicamento,
Invoco il vento per elevarmi,
Invoco il fuoco per purificarmi

Invoco la luna, il sole, le stelle,
Invoco l’universo per illuminarmi
Invoco l’acqua, la pioggia, il fiume, li invoco tutti perché ci lavino

Invoco il lampo, il tuono e tutto il potere della creazione,
Invoco il mare, invoco il cielo e l'infinito
Li invoco tutti perché ci liberino

Invoco Cristo, invoco Budha, invoco Krishna, invoco la forza di tutti gli Orixás
Li chiamo tutti con la loro forza divina
Voglio vedere l'Universo illuminarsi

Ringrazio l’universo per la vita e per il coraggio e per questa l'opportunità
E dedico la mia vita con amore
Al sogno vivente della nostra umanità

Sono messaggero, sono cometa, sono indigeno
Sono figlio della nazione arcobaleno
Con i miei fratelli e sorelle sarò un guerriero
Nella nobile causa di Inka Redentore

Ringrazio nostra Madre e nostro Padre
E i fratelli e sorelle per tutto il loro aiuto
Gloria a tutti
Perché siamo tutti uno in questa unione

N darei a sa ndarei a sa ndarei a sa
Fin dal principio siamo tutti fratelli!
Orei ouá Orei ouá Orei ouá
Viva il potere di tutto l’universo!

****
EU CHAMO A FORÇA

Eu chamo a força, eu chamo a força
eu chamo a força
força das pedras para me firmar

Eu chamo a terra, eu chamo a terra
eu chamo a terra
eu chamo a terra para me enraizar

Eu chamo o vento, eu chamo o vento
eu chamo o vento
eu chamo o vento vem me elevar

Eu chamo o fogo, eu chamo o fogo
eu chamo o fogo
eu chamo o fogo para me purificar

Eu chamo a Lua, chamo o Sol
chamo as Estrelas
Chamo o Universo para me iluminar

Eu chamo a água, chamo a chuva
e chamo o rio
Eu chamo todos para me lavar

Eu chamo o raio, o relâmpago e o trovão
Eu chamo todo o Poder da Criação
Eu chamo o mar, chamo o céu e o infinito
Eu chamo todos para nos libertar

Eu chamo Cristo, eu chamo Budha
Eu chamo Krishna
Eu chamo a força de todos Orixás
Eu chamo todos com suas forças Divinas
Eu quero ver o Universo iluminar

Eu agradeço pela vida e a coragem
Ao Universo pela oportunidade
E a minha vida eu dedico com amor
Ao sonho vivo da nossa humanidade

Sou mensageiro, sou cometa, eu sou indígena
Eu sou filho da nação do Arco Íris
Com meus irmãos eu vou ser mais um guerreiro
Na nobre causa do Inka Redentor

Eu sou guerreiro, eu sou guerreiro e vou lutando
A minha espada é a palavra do amor
O meu escudo é a bondade no meu peito
E o meu elmo são os dons do meu Senhor

Eu agradeço a nossa Mãe e ao nosso Pai
E aos meus irmãos por todos me ajudar
Aminha glória para todos eu entrego
Porque nós Todos Somos Um nesta união
N darei a sa ndarei a sa ndarei a sa
Desde o principio Todos Nós Somos Irmãos!
Orei ouá Orei ouá Orei ouá
Viva o Poder de todo o Universo!”




sabato 30 marzo 2019

Ricordami di sorridere.

Solo una parola dirti posso
è molto semplice e viene dal profondo
essa contiene un intero mondo
e a pronunciarla sono un po' commosso.                

Grazie è la parola in questione
la pronuncio piano, ma all'improvviso
infin sul tuo volto spunta un sorriso
che di euro ne vale un milione.              

Affinché quel sorriso più non tramonti
ripensa a te sdraiata in spiaggia
a una sapiente mano che ti massaggia
e vedrai volare via tutti i tormenti.

sabato 27 agosto 2016

Ci siamo talmente disabituati al contatto con la Natura che pure quando andiamo al mare vogliamo una sedia sotto al culo e la musica a tutto volume dentro le orecchie.

martedì 2 agosto 2016

Se dovete dividervi il cuore in due, dividetevelo tra Puglia e Sardegna.

Alba in Puglia: scoprire la magia di un sole che alle 4,30 sta già per sorgere.
Tramonto in Sardegna: stupirsi che alle 21,00 ci sia ancora la luce del giorno.

La piatta Puglia, dove in certe sere d'estate nelle piane puoi vedere contemporaneamente il sole che tramonta ad ovest e la luna che sorge ad est.

La tortuosa Sardegna, dove il sole tramonta sul Gennargentu mentre la Luna sorge dal mare, per poi, come da canzone, spuntare dal monte.

Se dovete dividervi il cuore in due, dividetevelo tra Puglia e Sardegna. ❤

giovedì 7 luglio 2016

"Il pane carasau è un pane della mia terra. È costituito da fogli rotondi di un sottile impasto, abbrustolito e croccante. È fragile e si spezzetta facilmente, ma può essere anche bagnato e in pochi minuti un foglio si trasforma in un lenzuolo di pane. Può essere così piegato, arrotolato o tagliato nel modo che si preferisce.

Provengo da un’isola, nella quale forte si fa sentire il canto del mare che chiama. Una stanza può diventare una gabbia, una casa un carcere, un’isola può finire per soffocare. Nella mia terra non è troppo facile vivere e il mio mare sa cantare canzoni che ti fanno venir voglia di andar via. I desideri diventano necessità, le aspirazioni lavori, le metropoli case in cui risiedere. La mia è una terra di partenze.

Provengo da una terra in cui si parla un’altra lingua. Gli anziani custodi della lingua sono suonatori virtuosi, è un piacere ascoltarli. Sono lenti e pazienti nei gesti, scorbutici nei modi ma come se dovessero difendersi. Hanno le mani spaccate dal lavoro e quasi mai pulite del tutto. Quando parlano sembrano recitare delle formule magiche. Anche il più stupido fra loro appare saggio, e se apre bocca per parlare cancella ogni traccia di stupidità. La mia è una terra di musica.

Provengo da un mondo con le lacrime agli occhi e il coltello in tasca. Spesso siamo uno contro l’altro, affoghiamo il dolore nel sangue, non sappiamo perdonare. Le madri piangono i figli. L’odio ha trovato posto fra i nostri monti e ho paura tarderà ad andare via. Siamo in pochi, è facile prendersela con il più vicino. Fra noi c’è chi è stato capace di barbarie imperdonabili.

Provengo da un mondo con le lacrime agli occhi e il riso e il grano fra le mani. Fra la mia gente ho conosciuto l’amore tenero e sincero di chi può andare avanti solo condividendo tutto. Si piange per la felicità del figlio sposo. Sappiamo festeggiare e volerci bene. I nostri bambini, quando parlano come solo qui si parla, sembrano avere centinaia d’anni e fanno sorridere. La mia, come tutte, è una terra di gente. Bella e brutta.

Provengo direttamente dalla bellezza. Il mare qui è azzurro. La primavera verde di vita, l’estate gialla di sole, l’autunno rosso di vino e l’inverno bianco di neve. Il vento sconvolge i pensieri, il sole si fa maledire per quanto è forte. Abbiamo case in pietre e legno veri, paesini sparpagliati sulle vallate, alternati a pascoli e boschi. La mia è una terra di colori.

Provengo dal meravigliarsi. Da noi tutti hanno da parte un’espressione, per quando ci si meraviglia. E tutto ci ha meravigliato, almeno una volta. Dirai, questo capita dappertutto: sì, ma è un processo che dopo un po’ si ferma. Qui c’è gente pronta a meravigliarsi ancora oggi per il telefono senza fili, e non è uno scherzo. Ci si meraviglia per i turisti molto alti, per certi modi di comportarsi, per certe usanze. E chi arriva qui fa lo stesso, ma al contrario. C’è davvero da meravigliarsi per le vecchine minuscole, per certi modi di vestirsi e di comportarsi, per certe tradizioni. La mia è una terra di meraviglie.

Provengo da un luogo in cui tutto sembra dover essere per sempre. Ci sono maschere, costumi, canti e balli: raccontano la storia della mia isola a testa alta. Da sempre. I litigi, da me, sono per sempre. L’amicizia e la lealtà. Niente è vero in assoluto, è chiaro. Per fortuna o per sfortuna, questo dipende. La mia terra è la mia terra, lo sarà per sempre. Non ci sarà altro posto che potrò mai chiamare casa.

Tutto da me è come il pane carasau. Appariamo forti, sembra preferiamo spezzarci piuttosto che piegarci. È proprio così, eppure una parola gentile o una difficoltà vera ci ammorbidiscono l’anima. Abbiamo il cuore come il sughero. Ruvido e fastidioso al tatto, ma a saperlo lavorare vengono fuori dei capolavori.

Questo è per gli esuli, per chi ha ascoltato il canto del mare senza dimenticare. Se qualcuno di loro lo stampasse e lo leggesse a voce alta, e il suono che ne verrebbe fuori gli piacesse. Allora mi piacerebbe pensare: stampata, questa sarebbe carta da musica."


sabato 16 aprile 2016

Parole che amo: arrivare

Parole che amo: arrivare, dal latino ad-ripare, parola del gergo nautico che significava "accostarsi alla riva".
Arrivare a qualcosa o a qualcuno è un po' come trovare la stabilità della terraferma mentre si naviga a vista.

venerdì 10 luglio 2015

Parole che amo: orma, impronta.

Orma, di origine etimologica incerta. Forse dall'arabo aorma, indizio, o forse dal greco odme, odore.
Impronta, dal latino promere, trarre fuori.

E in effetti è quello che pensavo mentre camminavo sul bagnasciuga e osservavo le orme. Alcune molto profonde, probabilmente lasciate da persone molto radicate, con un forte legame con l'elemento terra, tanto da volerci quasi sprofondare dentro. E altre invece molto leggere, appena impercettibili, di chi cammina ma forse preferirebbe volare, usando la terra non come terreno su cui mettere le radici, ma come base da cui spiccare il volo.

Le nostre orme e le nostre impronte profumano di noi, danno indizi su di noi, tirano fuori la nostra natura.
Anche quelle che non lasciamo.


sabato 16 maggio 2015

X-men giorni di un futuro passato

"Non è del loro dolore che hai paura. Ma del tuo, Charles. E per quanto possa essere terribile, quel dolore ti renderà più forte. Se ti permetti di provarlo, di accoglierlo ti renderà più potente di quanto non immagini. È il dono più grande che abbiamo. Sopportare il dolore senza spezzarci. E nascere dal più umano dei poteri: la speranza”.
(Charles Xavier/Professor X a se stesso, nel passato)

"Il passato, un mondo nuovo e incerto. Un mondo di infinite possibilità e di infinite conseguenze. Innumerevoli scelte definiscono il nostro destino. Ogni scelta, ogni attimo è un'onda nel fiume del tempo. Molte onde cambiano la marea. Perchè il futuro non è mai veramente scritto".
(Charles Xavier/Professor X)

Dal film X-men - Giorni di un futuro passato