Visualizzazione post con etichetta ichnusa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ichnusa. Mostra tutti i post

mercoledì 20 marzo 2024

“Sposa di qualcuno, madre di chiunque, io non sapevo cosa fosse la vocazione a essere me”.

Michela Murgia, Dare la vita.

Letto in due sere.

Libro postumo, come un’eredità inaspettata, sconvolgente, ingombrante e imprescindibile, che tra le altre cose mi regala finalmente una visione sensata e un’opinione avveduta sulla gravidanza per altri.

Dirò una cosa di Michela Murgia. Non mi piace (leggi, non concordo con) tutto quello che ha detto o scritto. Ma mi stra-piace sempre come lo ha fatto.

L’ultimo capitolo dal titolo “Altre madri. Cosa avrei raccontato a mia figlia quando ero un’altra”. Una chiusura che è al tempo stesso un pugno nello stomaco e un balsamo per il cuore. Un piccolo immenso manifesto di identità sarda - maestosa eppure dai tratti imbarazzanti - descritto con l’amore di un cuore spezzato e guarito di madre e l’acutezza di una mente di donna cosmopolita.

Dopo questa lettura Michela Murgia mi mancherà ancora di più.

“Sarà una musica l’identità, e ci canterò sopra la storia che non abbiamo visto, mentre ci accadeva come cosa straniera, quando la benda divenne bandiera, e dimenticammo di essere state regine”.

sabato 4 marzo 2023

 Ho dei conti in sospeso con la Sardegna.

Io con la Sardegna ci parlo*. Ci discuto, ci litigo, mi incazzo, lei se ne frega, poi mi passa, e lei sempre se ne frega, ma comunque in qualche modo poi facciamo pace. Ci vogliamo bene, ma non ci capiamo. O meglio, io non capisco lei, lei invece come al solito di me - e di tutti - se ne frega. Dispensa bellezza straziante e se ne frega.

Terra apparentemente immobile, di silenziose urla, di misteriosa magia, scomoda e affascinante, carezza per gli occhi, ispida per il cuore. Spine a protezione di una potente vulnerabilità di una Madre abusata che resiste e non perde la sua selvatichezza. 

Crescere in questo posto è stata una benedizione infernale, andarmene è stato creare un debito karmico che sembra non riuscire ad estinguersi mai. 

E quando mi sembra di aver quasi trovato la quadra… Sardegna e karma si fanno beffe di me, e l’uomo che amo si trasferisce al di qua del continente. 

I miei conti in sospeso con questa terra Madre continuano imperterriti a non tornare. Io continuo a metterla sul personale, e lei naturalmente se ne frega.

Poi ogni tanto mi parla anche lei, tramite le sue pietre umili e mastodontiche. Frasi secche, criptiche, poche parole che arrivano come schiaffi in faccia. Come quella volta qualche anno fa in cui mi disse: “Io sono te”. 

Come questa volta che mi ha detto: “Io non sono il tuo karma, sono il tuo dharma”. 

E lentamente ma inesorabilmente (con tempi sardi, insomma…) sempre di più imparo semplicemente che non ci può essere altra via che quella di arrendermi all’infinito amore che nonostante tutto provo verso questa terra severa e generosa, alla sua bellezza, i suoi profumi, i suoi colori, i suoi suoni, che appartengono alla mia anima e alle mie cellule. Paesaggi che conosco a memoria, anche nei luoghi che vedo per la prima volta, ma che non smettono mai di affascinarmi, stordirmi, insegnarmi.

Solo oggi comprendo che quei conti che non tornano sono i sensi di colpa per essermene andata e per non essere voluta tornare a lungo, rinnegando parti di me che avevano solo bisogno di amore. 

È tempo di lasciare andare questi sensi di colpa e arrendermi all’infinito amore con cui questa terra mi inonda, da sempre e ovunque io sia, qualsiasi cosa faccia. 

Grazie Ichnusa, ci vediamo alla prossima ♥️

sabato 2 luglio 2022

A chentu e prusu

Non so perché ma non ho mai amato molto il giorno del mio compleanno. Non sono mai stata brava a festeggiarmi, farmi festeggiare, ricevere gli auguri, e quindi nemmeno tanto a farli agli altri ai loro compleanni.

Ho sempre provato un misto di invidia, odio e ammirazione nei confronti di chi sa organizzare quelle feste pazzesche in cui si divertono tutti, compresi i festeggiati. O almeno così sembra, perché ci sono feste in cui io non mi sono divertita per nulla, né da invitata, né tantomeno da festeggiata. Non so perché ma era così.

Era, esatto, perché oggi, alla tenera età di 48 anni mi accorgo che qualcosa, non so dove e non so quando è iniziato a cambiare.

Forse quando ho cominciato a passare il mio compleanno come desideravo senza preoccuparmi troppo se era il modo “giusto”, ovvero socialmente accettabile. Che a sua volta, forse è cominciato quando ho iniziato a essere chi voglio essere veramente, a fare ciò che desidero profondamente, e stare in compagnia di chi mi risuona e mi piace sinceramente. È stato un processo lungo e doloroso, con molti morti e feriti lungo il percorso. Spesso la morta o ferita sono stata proprio io. Ma per fortuna poi si rinasce.

Ecco, forse ho iniziato ad accettare e poi amare il mio compleanno quando ho compreso che è una piccola occasione di rinascita. Mi piacciono le rinascite, mi danno un senso di opportunità, di poter riscrivere la storia, anche nel passato.

Grazie a tutti, vi vorrei nominare uno a uno, e nel mio cuore l’ho fatto: chi di voi fa parte della mia quotidianità 💟, chi ha fatto un pezzo di strada con me in passato e in queste occasioni coglie l’occasione di ricordarlo 💟, chi non mi conosce quasi e manda gli auguri sulla fiducia o per educazione o semplicemente perché siete più bravi di me a celebrare una ri/nascita a prescindere dalla relazione che avete con la persona che la sta vivendo.

E allora buona riscrittura e buona rilettura.

Amo tantissimo la modalità sarda* di fare gli auguri e ancora di più di ringraziare e la dedico a me stessa e a tutti voi:

- Auguri a chent’annos e prusu
- In bida ‘ostra


- Auguri a cent’anni e anche di più.
- Grazie, che tu possa vivere ancora quando io avrò cent’anni (e anche di più!)

💟

*Spero si scriva così, si accettano correzioni.

Monica Fronteddu

giovedì 12 maggio 2022

- Parliamo della bionda all’angolo. Che ne dici?
- Non è male.
- Non è male un corno, se una cosa è bella devi dire che è bella, minimo.
- Tu parli così perché non conosci le sarde.
- Perché, come sono le donne sarde?
- Le sarde non sono donne. Sono regine.
- E allora perché vi scopate le pecore?
… [gli spacca un piatto in testa].

Kevin/Gavino e Badore in “L’uomo che compró la luna”.

(N.B. Per interpretare una "regina" sarda è stata scelta un'attrice spagnola, e non è da escludere che la ragazza bionda della scena, sia sarda!)

sabato 5 marzo 2022

Non prendevo un pullman - o meglio un postale - dell’ARST dagli anni ‘90.
Ecco cos’è che mi ricordavano gli interni Ryanair. Odore compreso.

lunedì 9 agosto 2021

Parole che amo: Forza Paris.

[DISCLAIMER: il seguente racconto nasce da una storia vera, la mia. Gli amici sardi e soprattutto dorgalesi che reputeranno di scansarmi, allontanarmi, cancellarmi dopo questa accorata confessione hanno tutta la mia comprensione 😅]

FORZA PARIS era il grido di guerra della celeberrima Brigata Sassari e successivamente divenne il motto dell’indipendentismo sardo.

Succedeva così, anche negli anni ottanta, di poter leggere questa scritta disseminata sui molti muri dell’isola.

In quegli anni ero bambina e mi trasferivo in Sardegna con la mia famiglia: mio padre sardo e mia madre “istranza” (straniera). Non mi era dato di sapere se io fossi sarda come mio padre o istranza come mia madre, dubbio che mi avrebbe attanagliato per lungo tempo nella mia esistenza, l’unica certezza era il fatto che non capivo una parola di sardo, e questa per i miei coetanei e neo-compaesani era una colpa non da poco. Non esisteva internet, gli spostamenti aerei ancora scarsi, la Sardegna era un’isola davvero isolata, e ogni suo paese un’isola nell’isola, con tutti i pregi, i difetti e le difficoltà che questo rappresentava. A scuola si parlava italiano, ma nelle famiglie e nella società si parlava orgogliosamente e testardamente sardo. Per me, che non avevo ancora scoperto la vocazione linguistica era un limite davvero pesante.

Così per lunghi anni ho continuato a leggere quella scritta sui muri, di cui non capivo il significato, ma di cui in qualche modo subivo il fascino per la potenza e il mistero di quelle parole.

Poi passarono gli anni, io arrivai alla scuola media, intanto imparavo qualche parola di sardo, almeno riuscivo a capirlo in parte, non di certo a parlarlo, ma soprattutto iniziai a studiare francese a scuola. E questa fu la mia vera epifania che finalmente mi svelava il significato di quelle due parole magiche! Quel motto era un chiaro incoraggiamento (anche se me ne sfuggiva il motivo, la Sardegna è davvero l’isola dei misteri) ai nostri cugini francesi. Insomma, nella mia attorcigliata fantasia FORZA PARIS voleva dire FORZA PARIGI!

venerdì 7 maggio 2021

Genuino Némus, La teologia del cinghiale

(citazioni dal libro)

Lo apostrofò con un tono che ammetteva , sì, repliche, ma di quelle sarde: in silenzio e con gli occhi pieni di molto, molto rancore.

Uomo tu pensi di scegliere la musica
ma è la musica che ti sceglie.

Gli ultimi minuti di dormiveglia sono i più belli e fantastici e non solo per i bambini; i pensieri scorrono liberi e selvaggi e sembrano cinghialetti rossi; si accavallano senza logica e ti sembra di essere uno sciamano di Mamoiada a cui tutto è concesso, anche fare pensieri “proibiti”.

Le amicizie, quelle vere, quelle tra uomini, nascono dalle debolezze.

Capiva la povertà come solo i sardi sanno capirla: in silenzio e con dignità.

Quante cose possono accadere in un solo giorno; quasi niente in confronto a quelle che possono accadere in un’ora; nulla, proprio nulla, se le paragoni a quelle che possono capitare in un solo minuto: se non provi a descriverlo, naturalmente.

Quando tutto si tramuta in tormento
quando tutto ti sembra uno spavento
bisogna fare come il vento
rannicchiarsi e trasformarlo in canto.

“Non negare mai, afferma raramente, distingui frequentemente”.

Aveva il dono più bello che uno potesse avere, quello della musica e del ritmo.

Mi insegnava come si insegna veramente: senza voler insegnare.
[...]
I suoi dischi li “nascondeva” così bene che potessimo trovarli, e lui lo sapeva.
Perché così si insegnano le cose davvero importanti: nascondendole.
[...]
Dovevamo scoprirlo da soli: questo era il suo insegnamento.

«Non è che avreste qualcosa da mangiare?».
Non ci sono né ristoranti né pizzerie a Telévras. Ci sono solo due bar, ma in uno c’è scritto “Snack” e la gente di una certa età non ci entra, perché il bar è una cosa seria.
«Se vi accontentate... un po’ di pane che facciamo noi, con del prosciutto che facciamo noi... un po’ di pecorino che facciamo noi, e un po’ di cannonau che facciamo noi...».
«Anche la birra la fate voi?».
«Quella no, accidenti. C’abbiamo l’Ichnusa, la birra sarda».
Pensate a uno scherzo.
Ora magari la bevete sempre, salvo scoprire che la sede è in viale Monza a Milano, ma allora (nel 1969, ndr) era tutta un’altra cosa. È sempre per scherzo pensate che vi porti un po’ di birra in un bicchiere e ve la spacci per sarda.
Avete viaggiato, voi, e nessuno vi può fregare.
E invece vi arriva una bottiglia stupenda, una di quelle con il tappo ermetico e i 4 mori disegnati sull’etichetta e, insieme a questo splendore, un’altra bottiglietta con scritto: “Vera Gassosa di Sardegna”. È buonissima.
Avete già bevuto le birre in tutti gli angoli di mondo nei quali siete già stati ma questa le batte tutte.
Certo, il caldo, la polvere delle strade bianche aiutano molto nel giudizio; e soprattutto il mare, che vedete in lontananza è in linea d’aria sembra lì, a portata di mano, solo che se provaste ad arrivarci per quelle strade dovreste farvi 25 km in due ore.

Perché la fede non è gioia, non è umorismo, non è allegria?

Morire andando in paradiso è come camminare da Siniscola ad Arbatax, costeggiando l’orientale di spiaggia in spiaggia.
[...] Piacevolissimo, stancante certo, ma meraviglioso.
[...] Lo capii meglio quando il caso volle che dovessimo andarci con la corriera della Satas: ecco, quello sì che fu un inferno.

mercoledì 10 febbraio 2021

Diceva Ennio Flaiano: “I grandi amori si annunciano in un modo preciso, appena la vedi dici: chi è questa stronza?”

Credo che la stessa incontrovertibile verità si possa estendere non solo alle persone, ma anche ai luoghi, alle cose, alle situazioni.

Come tra me e Chiatona, per esempio.

La prima volta che ci ho messo piede ho pensato, con tutto il mio cuore, il mio fegato e il mio stomaco: che schifo di posto. E che nome di merda. 

Chi mi conosce sa, perché lo dico sempre, che da sarda mi approccio a qualunque mare diverso da quello della mia isola con una tremenda puzza sotto il naso. 

Nel caso di Chiatona la puzza è anche quella dell’Ilva: se quelle ciminiere fumanti fossero un’installazione artistica, Chiatona sarebbe il posto in prima fila per ammirarle. 

A dare man forte alla mia snobberia anche un innegabile degrado che di fatto la pervade, sopratutto in alcuni punti, in modo davvero vergognoso e sicuramente non necessario, in fondo dare una mano di bianco ai muretti sul mare non manderebbe in fallimento nemmeno la più disastrata delle amministrazioni.

E poi c’è quel fondale del mare grigio, con cui riesco a scendere a patti solo da quando, qualcuno per prendermi in giro mi disse: “fai finta di fare il bagno del Gange”.

E io davvero ho iniziato a fare finta che fosse il Gange. Ricordando che il fiume più sacro e amato del mondo non svetta certo per limpidezza ed igiene, ed è stato forse così che ho iniziato prima ad apprezzarla e poi ad amarla.

Insomma a Chiatona all’inizio ci venivo solo per comodità: abbastanza vicina, con relativamente poco traffico, buone probabilità di trovare parcheggio e, sapendo dove andare, possibilità di trovare un angolo di spiaggia libera non troppo affollato nemmeno a Ferragosto. Piano piano poi l’ho iniziata a scoprire, accorgendomi che è immersa in bellissime pinete poco frequentate; che nelle sue spiagge crescono profumatissimi gigli di mare; che nelle intricate viuzze che la attraversano ci sono case nascoste tra i pini che potrei addirittura definire molto belle; che le strade hanno nomi deliziosi, tipo Via del Buongiorno; che oltre alle ciminiere dell’Ilva, quando le giornate sono limpide, si possono vedere anche i monti della Calabria; che nei giorni di luna piena estivi si può vedere al tempo stesso il sole tramontare e la luna sorgere, o al contrario ammirare l’alba di sole insieme al tramonto di luna; che è una meravigliosa colonia di gatti per lo più neri, felici e ben nutriti.

Lentamente eppure improvvisamente questo “schifo di posto” è diventato un posto del cuore, custode di passeggiate solitarie, di sessioni di yoga, di momenti a volte romantici e a volte goliardici, in ogni caso indimenticabili, di confidenze con le amiche, di risate, abbracci, risate, baci, risate, lacrime, e ancora risate.

Adesso non cambierei Chiatona con nessun altro posto al mondo (a meno che non si tratti della Sardegna, sia ben chiaro). Anche perché, dove lo trovo un altro posto a dieci minuti da casa che mi faccia lo stesso effetto del Gange? 

lunedì 4 novembre 2019

Parole sarde che amo: Su pedicoccone (la richiesta di pane).

Tanti (ma nemmeno troppi) anni fa non esisteva internet, e in Sardegna vivevamo anche piuttosto isolati, quindi ignoravano bellamente l’esistenza di Halloween.

Nel nostro piccolo però, avevamo Su Pedicoccone, ovvero l’usanza per cui, nel giorno dei morti, frotte di bambini tra i sei e i dieci anni giravano per il paese di casa in casa e di negozio in negozio a chiedere dolcetti e piccoli regali (e più anticamente forse pane e frutta).

L’usanza persiste ancora, anche se credo che si sia irrimediabilmente fusa e confusa con Halloween, che nel frattempo ha preso piede in tutta Italia.
Non so se questo sia un bene o un male, di sicuro Halloween ha avuto il pregio di farci ricordare che un tempo questo tipi di rituali pagani erano diffusi anche in tutta Italia.

Ma di tutti questi significati reconditi noi bimbi allora ce ne fregavano, e ci gustavamo semplicemente la bellezza della festa e di un giorno speciale in cui si poteva addirittura saltare la scuola. I più organizzati uscivano alle prime luci del mattino.

Di sicuro era la mia festa preferita, più di Natale o Carnevale. Giravo il paese e lo conoscevo, oggi lo considero un paesino, ma allora mi sembrava immenso, raggiungevo zone sconosciute, bussando nelle case ne sentivo l’essenza, e scoprivo come ogni adulto reagiva diversamente: chi era felice di ricevere la visita dei bambini e donare loro due chiacchiere, un cioccolatino, un sorriso, magari anche una noiosa raccomandazione e chi si infastidiva tanto da mandarci via a urla e parolacce o da non rispondere proprio.

Allora non lo sapevamo, ma stavamo imparando come funziona il mondo!

martedì 20 agosto 2019

Parole sarde che amo: nicchedde (monete).

Non so voi, ma io e mia sorella da ragazzine finanziavamo le nostre parche spese (più che altro sigarette e una bevuta al bar, su tzilleri) racimolando le monete dimenticate più o meno casualmente da nostro padre in giro per la casa o per la macchina. 

Alla fine le lasciava in giro apposta, e si era inventato una specie di rito... il babbo tornava a casa, e non appena si trovava al nostro cospetto infilava la mano nella lunga tasca dei suoi pantaloni e ne faceva “suonare” il contenuto. A noi ci brillavano gli occhi, e pregustando il ricco bottino lo incalzavamo contente: “Nicchedde?!?!”

(Può darsi che la parola derivi da nichel, come nichelino).

mercoledì 9 gennaio 2019

Prima gli umani

È il cruccio dell’amore, dentro il peso assente dei corpi

È il divenire degli uomini, quello della luce

Come sudare Sardegna, tradire New York, inciampare a Douala

È che non siamo artisti, e neppure fotografi, non sappiamo dirigere, se non mentre sogniamo

Siamo essere umani, innamorati della complessità.

fonte:

sabato 12 agosto 2017

Puzzle di cuori.

- È un bel guaio sai, avere il cuore diviso tra due luoghi differenti è così distanti.
- Ti servono due cuori.
- Forse anche di più.

Ecco cosa sono i puzzle... i mille pezzi di un cuore che cercano di stare insieme... ma quasi sempre, inevitabilmente... un pezzettino si perde per strada.
(Ho "incontrato" per strada due pezzi di puzzle singoli ultimamente... ora ne capisco il senso)
❤️

giovedì 13 luglio 2017

Parole che amo: viaggiare.

C'è chi viaggia per vacanza, c'è chi viaggia per studio, c'è chi viaggia per lavoro,  c'è chi viaggia per scappare, c'è chi viaggia per perdersi e c'è chi viaggia per ritrovarsi.
Ho viaggiato per tutti questi motivi.

E allora può succedere che nasci in un luogo, ma cresci in un altro, che in un paese studi, e in un altro ti innamori, e alla fine andrai a vivere ancora altrove, e chissà infine, dove invecchierai. E in questo modo semini pezzetti di te, in giro per l'Italia e per il mondo. E se tutto questo da un lato ti arricchisce, ti riempie, ti stimola, dall'altro ti disintegra e ti sradica. 

Seminare se stessi significa far fiorire amicizie, relazioni, attimi di eternità. Per fare tutto ci vuole un fiore, cantava una canzone, e quei fiori siamo noi.

Persone, luoghi, paesaggi, colori, odori, sapori sempre nuovi e sempre uguali che ti entrano dentro e ti trasformano e che tramite te si trasformano a loro volta.

Viaggio ancora, ma ho finalmente smesso di scappare. Oggi viaggio per ricongiungermi con quella parte di me che è germogliata in Sardegna. Una terra brulla, molto difficile da coltivare, che si tratti di piante o che si tratti di persone, ogni fiore sbocciato è frutto di litri di sudore e di immani fatiche, e perciò forte e prezioso. 

Oggi viaggio per reintegrarmi, oggi viaggio per ricongiungermi, oggi viaggio per tornare.

Ancient mothers, I'm coming home.







sabato 1 aprile 2017

Non potho reposare

Nel 1915 Salvatore Sini scrive "A Diosa" (la dea) struggente poesia in "limba" (lingua sarda) in cui un uomo innamorato canta alla sua donna lontana - per motivi di forza maggiore - tutto il suo amore. Diosa risponde a sua volta con il suo canto d'amore "A Diosu", pregandolo di tornare di corsa, non rubando le ali ad un angelo (come dice lui), ma prendendo un treno, ma anche a piedi o a cavallo. 

Siamo in piena Prima Guerra Mondiale e "A Diosa" e "A Diosu" raccontano i sentimenti dei soldati partiti al fronte fra le fila della Brigata Sassari e delle loro donne rimaste a casa ad aspettarli, spesso invano.

Poco dopo  questa poesia fu musicata da Giuseppe Rachel e diventò Non potho reposare, la canzone che da allora è nella colonna sonora della vita di ogni sardo, nonché la canzone in sardo più conosciuta e più amata nel mondo.

La leggenda narra che per garantire a Rachel i diritti d'aurore, Sini - non essendo iscritto alla SIAE - registrò il testo a nome di Max Leopold Wagner.

Qua il testo completo e tradotto delle poesie originali "A Diosa" e "A Diosu".