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domenica 1 marzo 2026

Kali

 Kali non viene a consolarti.

Viene a dirti la verità.

Non è dolce senza motivo.

È amorevole perché è reale.

Kali non protegge le tue illusioni per farti sentire a tuo agio. Le infrange.

Ti apre il cuore, anche se fa male.

Divora le bugie che hai imparato a chiamare identità. Taglia via ciò a cui ti aggrappi per paura...

e così facendo, rivela ciò che è sempre stato libero dentro di te.

Il risveglio non avviene nel comfort.

Avviene nel fuoco.

Ecco perché Kali non canta ninne nanne. Ti risveglia.

Ma c'è qualcosa che pochi capiscono:

Kali non è solo la distruttrice del tempo.

È anche la Madre che sostiene quando ogni falsità è caduta.

Non accarezza l'ego.

Riconosce l'anima.

Ed essere visti da Kali significa essere visti senza maschere, senza storia, senza personalità.

Lei non distrugge per punire.

Distrugge per liberare.

Perché ciò che si rompe in sua presenza...

non sei mai stato veramente te.

Amare Kali significa accettare che la fine non è una fine.

È purificazione.

È apertura.

È ricordare ciò che è sempre stato intero.

Quando la paura finisce, quando non c'è più nulla da difendere...

eccola lì.

Non lontana.

Non inaccessibile.

Più vicina del tuo stesso respiro.

E quando la riconosci...

non puoi più vivere addormentato.

(Margherita Pinto)




martedì 16 aprile 2024

Menopausa, più suono.

Ma se la menopausa fosse chiamata diversamente, evocherebbe cose diverse? Farebbe meno paura?

Facciamo un esperimento insieme? Proviamo a trovarle altri nomi?

Nella medicina tradizionale cinese viene chiamata Seconda Primavera, ma io me la immagino più come un’Estate Estatica.

Oppure l’altro giorno con un’amica, usando la metafora musicale l’abbiamo ridefinita Più Suono.

Che ne pensate? Avete altre idee?







sabato 2 luglio 2022

A chentu e prusu

Non so perché ma non ho mai amato molto il giorno del mio compleanno. Non sono mai stata brava a festeggiarmi, farmi festeggiare, ricevere gli auguri, e quindi nemmeno tanto a farli agli altri ai loro compleanni.

Ho sempre provato un misto di invidia, odio e ammirazione nei confronti di chi sa organizzare quelle feste pazzesche in cui si divertono tutti, compresi i festeggiati. O almeno così sembra, perché ci sono feste in cui io non mi sono divertita per nulla, né da invitata, né tantomeno da festeggiata. Non so perché ma era così.

Era, esatto, perché oggi, alla tenera età di 48 anni mi accorgo che qualcosa, non so dove e non so quando è iniziato a cambiare.

Forse quando ho cominciato a passare il mio compleanno come desideravo senza preoccuparmi troppo se era il modo “giusto”, ovvero socialmente accettabile. Che a sua volta, forse è cominciato quando ho iniziato a essere chi voglio essere veramente, a fare ciò che desidero profondamente, e stare in compagnia di chi mi risuona e mi piace sinceramente. È stato un processo lungo e doloroso, con molti morti e feriti lungo il percorso. Spesso la morta o ferita sono stata proprio io. Ma per fortuna poi si rinasce.

Ecco, forse ho iniziato ad accettare e poi amare il mio compleanno quando ho compreso che è una piccola occasione di rinascita. Mi piacciono le rinascite, mi danno un senso di opportunità, di poter riscrivere la storia, anche nel passato.

Grazie a tutti, vi vorrei nominare uno a uno, e nel mio cuore l’ho fatto: chi di voi fa parte della mia quotidianità 💟, chi ha fatto un pezzo di strada con me in passato e in queste occasioni coglie l’occasione di ricordarlo 💟, chi non mi conosce quasi e manda gli auguri sulla fiducia o per educazione o semplicemente perché siete più bravi di me a celebrare una ri/nascita a prescindere dalla relazione che avete con la persona che la sta vivendo.

E allora buona riscrittura e buona rilettura.

Amo tantissimo la modalità sarda* di fare gli auguri e ancora di più di ringraziare e la dedico a me stessa e a tutti voi:

- Auguri a chent’annos e prusu
- In bida ‘ostra


- Auguri a cent’anni e anche di più.
- Grazie, che tu possa vivere ancora quando io avrò cent’anni (e anche di più!)

💟

*Spero si scriva così, si accettano correzioni.

Monica Fronteddu

mercoledì 12 gennaio 2022

Il mio nome contiene il tuo

Un giorno mi hai detto, ho forse mi hai scritto, ci hai fatto caso che il tuo nome contiene il mio?
Sì, ci avevo fatto caso

E tu ci hai mai fatto caso che quando si fa l'amore la donna contiene e l'uomo sostiene?
No, ma è un pensiero bellissimo, ora lo scrivo nel mio taccuino speciale
Sì, ma non è mica un pensiero mio, è un principio del tantra
Ah, il tantra, quella cosa che si l'amore per ore?
No, quella cosa che si fa l'amore con l'anima

E poi siamo andati insieme, in piccoli spazi senza confini
Dove i minuti scorrevano lenti come giorni
E i giorni sono corsi via veloci come minuti
Ma il tempo non esiste, lo dice Siddharta

L'altro giorno ho trovato il biglietto del mio regalo di Natale
Hai scritto il mio nome in blu e hai ripassato in rosso il tuo
Non me ne ero accorta

Ho conservato il biglietto nel cassetto dei ricordi speciali
Proprio come avresti fatto tu

(Dedicata a Nico)

mercoledì 11 agosto 2021

Ci sono volte che - a dispetto dell’età - sono una bambina capricciosa e viziata, che cerca goffamente di apparire migliore di com’è, che si lamenta, pesta i piedi, fa la vittima. E poi si dispera e si chiede perché non si sente amata. 

E poi ci sono volte che semplicemente amo. Metto cura e amore in ciò che faccio per l’immenso piacere di farlo, sto in luoghi bellissimi e faccio cose che mi piace fare, tra persone che scelgono deliberatamente di passare del tempo insieme. 

Il tempo, che dono immenso.

È in questi luoghi e momenti protetti che - rispecchiandomi negli occhi di chi, come me, guarda finalmente  in faccia la propria vulnerabilità - che mi riscopro incredibilmente migliore di come la bambina capricciosa cerca apparire. 

Ed ecco che accade il miracolo, e vengo inondata di amore.

Grazie ❤️

giovedì 2 luglio 2020

Alla tua libertà e ai tuoi piedi ben piantati sulla madre terra, ai tuoi respiri e le tue introspezione, alla tua ironia e alla tua serietà, ai giorni che verranno e gli anni che sono passati. Auguri a tutte le energie che sei e quelle che sarai, auguri a te Monica, buon compleanno.

giovedì 6 febbraio 2020

Radici. Il ritorno al tempio interiore.

È nostra responsabilità ballare
per incarnare l'essenza della nostra vera divinità

Nelle nostre anime siamo tutti ballerini
guaritori
cantanti
e creatori
tutti abbiamo qualcosa di potente da dire
da dare

Quando siamo in sintonia con i ritmi della terra
e con il nostro ritmo interiore
sappiamo come camminare al limite del tempo e dei mondi

Terra,
la madre
il profondo supporto sotto i nostri piedi

Donna,
la forza mistica
da cui tutti proveniamo

Terra
che ci nutre
che ci ospita incondizionatamente

Donna
donatrice della vita
portatrice di pace
portale per altri luoghi

Cari esseri di ogni tempo e di ogni mondo
è tempo per tutti noi di tornare al tempio
non il tempio degli dei profeti
delle divinità
di una legge
ma il tempio di tutta l'umanità
il tempio del cuore

È nostra responsabilità vedere oltre le storie
e manifestare il cambiamento
e questo viaggio inizia dentro ognuno di noi
ogni donna
e ogni uomo
è tempo di ricordare!

(Testo, parole parlate, danza e coreografia di Zola Dubnikova, di seguito il video e testo originale)




ROOTS. THE RETURN TO THE INNER TEMPLE

It is our responsibility to dance
to embody the essence of our true divinity
In our souls we are all dancers
healers
singers
and creators
we are all have something powerful to say
to give

when we are in tune with the rhythms of the earth
with our inner rhythm
we know how to walk on the edge of time and worlds

Earth
mother
the deep support underneath our own feet

Woman
the mystical force
from which we all come

Earth
who nourishes us
who hosts us unconditionally

Woman
the life giver
the peacemaker
and the portal to the other side

Dear beings across time and worlds
it is timе for us all to return to the temple
not the temple of gods
prophets
deities
an laws
but the temple of all humanity
the temple of the heart

It is our responsibility to see beyond the stories
and to manifest change
and this journey begins within each of us
each woman
and each man
it is time to remember!









martedì 7 gennaio 2020

Nonna Mafalda, uno dei ricordi più belli della mia infanzia torinese.

Era una collega di mia madre, un po' più grande di lei, e la aiutava un po' in tutto, quindi anche con me, facendosi chiamare Nonna, visto che non ne avevo altri là. Mi portava in campagna, mi insegnava a cucire, a cucinare e l'arte del risparmio, tutti insegnamenti che si sono rivelati inutili, ma forieri di mille aneddoti meravigliosi.

Quando avevo 6 anni e mezzo la mia famiglia ha lasciato Torino per la Sardegna e da allora ad ogni Natale e ad ogni mio compleanno ho ricevuto un un biglietto di auguri di Nonna Mafalda con dei soldi per comprarmi un regalo. Non ne ha saltato uno. Ha solo smesso di mandarmi i soldi quando mia madre l'ha "rimproverata" dicendole che ormai ero diventata grande (managgia!).

L'ho rivista altre tre volte: in una mia visita a Torino a 17 anni, per la mia laurea a Siena, e per il mio matrimonio in Sardegna. E ogni volta sono scoppiata a piangere.

Era un carro armato, una donna fortissima con una vita difficile, aveva vissuto il dopoguerra più duro, era rimasta vedova molto giovane, però rideva sempre.

Se ne è andata l'anno scorso, in un momento in cui ero troppo presa dalla malattia di mio padre per rendermene conto, e solo adesso mi accorgo che non sono andata al suo funerale a salutarla per l'ultima volta. È una cosa che rimpiangerò sempre.

Poco fa mi ha telefonato sua figlia, e improvvisamente ho realizzato che non non riceverò più i biglietti di auguri di Nonna Mafalda, e ho iniziato a singhiozzare al telefono come una bambina.

Mi amava e mi trattava come se fossi davvero sua nipote, e non ho mai capito perché, e mi sono sempre sentita un po' in colpa per questo, come se approfittassi di un amore a cui in realtà non avevo diritto. Ma forse è davvero sempre così: i nonni danno tutto, i nipoti ne approfittano come piccoli grandi despoti, per poi accorgersi quando li perdono che erano un tesoro immenso e immeritato.

(scritto nel 2014)

domenica 14 luglio 2019


Lo yoga non è mai una posizione da prendere e tenere in modo perfetto, ma è una possibilità da scoprire, una possibilità che è in noi, è già presente in noi, e che va solo lasciata esprimere.
[...] Le posizioni non vanno né prese né tenute, vanno “com-prese”, perché nel momento in cui comprendo quella posizione comprendo me stesso. Ma ho bisogno di tempo, mi devo dare tempo. Il tutto e subito nello yoga non esiste. Non ci sono obiettivi nello yoga, ma il vissuto di quello che stiamo “facendo”, il vissuto della nostra azione, di tutte le sensazioni che si stanno manifestando in questa azione. Le posizioni a corpo libero vanno respirate, in quanto nello yoga il respiro è il cuore della pratica. I limiti, più che superati, vanno affrontati gradualmente, così da scioglierli attraverso il respiro e trasformarli in opportunità che fanno emergere il nostro potenziale. Le posizioni non solo possono essere modificate in base alle esigenze, ma è proprio attraverso questo adattamento della posizione alle nostre possibilità, e il nostro adattamento alla posizione, che si instaura quel processo di risveglio che trasforma “il dover raggiungere la forma esteriore perfetta”, spesso associata a stereotipi, in una possibilità di liberarsi da questo pregiudizio, e concedersi finalmente la possibilità di essere semplicemente ciò che siamo.
Lo yoga è attraversare le soglie del nostro essere grazie al respiro, andando a sciogliere tutte le varie ipotesi di ciò che siamo, i nostri abiti mentali, i pregiudizi, passare dal “fare” all’essere.

Gian Piero Carezzato





lunedì 29 aprile 2019

Maxence Fermine ~ Neve

Citazioni dal libro.

La neve è una poesia. Una poesia che cade dalle nuvole in fiocchi bianchi e leggeri.

Questa poesia arriva dalle labbra del cielo, dalla mano di Dio.

- Padre, voglio diventare poeta.
- La poesia non è un mestiere. È un passatempo. Le poesie sono acqua che scorre. Come questo fiume.
- È esattamente quello che voglio fare. Imparare a guardare il tempo che scorre.

È il momento di dire l’indicibile. È il momento di viaggiare senza muoversi. È il momento di diventare poeti.

Un mattino di sole sbiadito, una farfalla gli si posò sulla spalla e vi lasciò una labile traccia di stelle, che la pioggia di giugno lavò via.

Si sedette al cospetto dello splendore del mondo.

Fu un viaggio verso il sole del suo cuore.

L’amore è l’arte più difficile. E scrivere, danzare, comporre, dipingere, sono la stessa cosa che amare. Funambolismi. La cosa più difficile è avanzare senza cadere.

Era una funambola, e la sua vita seguiva una sola via. Retta.
[...]
Ma la giovane donna, padroneggiando la sua arte, avanzava inesorabilmente. Passo dopo passo. Soffio dopo soffio. Silenzio dopo silenzio. Di vertigine in vertigine. Non inciampo mai.

Non a tutti è dato di incontrare delle verità quando ancora si è in vita.

Bianco come il silenzio.

...e si amarono l’un l’altro sospesi su un filo di neve.







venerdì 14 dicembre 2018

José Samarago, Le intermittenze della morte. Citazioni dal libro.



Non sono competente per formulare giudizi [...], vivere con i miei stessi errori mi dà già abbastanza daffare.

Mai più è troppo tempo.

Il risultato finale, ed è proprio questo che caratterizza gli autentici dilemmi, sarebbe stato sempre lo stesso.

Cimiteri di vivi.

Contro ciò che deve essere non c’è forza che tenga.

L’enorme capacità di sopravvivenza di quei famosi lati oscuri della natura umana.

La morte, di per sé, da sola, senza alcun aiuto esterno, ha sempre ammazzato molto meno dell’uomo.

Su di noi, la morte conosce tutto, e forse è per questo che è triste. Se è vero che non sorride mai, è solo perché le mancano le labbra, e questa lezione di anatomia ci dice che, al contrario di ciò che ritengono i vivi, il sorriso non è una questione di denti.

Realmente, non c’è al mondo niente di più nudo di uno scheletro.

Le mani sono due libri aperti, non per le ragioni, supposte o autentiche, della cartomanzia, con quelle linee del cuore e della vita, della vita, signori miei, avete sentito bene, della vita, ma perché parlano quando si aprono o si chiudono, quando accarezzano o colpiscono, quando asciugano una lacrima o celano un sorriso, quando si posano su una spalla o accennano un saluto, quando lavorano, quando stanno ferme, quando dormono, quando si svegliano.

Le speranze hanno quel certo destino da compiere, nascere l’una dall'altra, ed è per questo che, malgrado le tante delusioni, non sono ancora finite a questo mondo.

Era facile dirlo, ma sarebbe stato molto meglio tacerlo, perché spesso le parole hanno effetti contrari a quelli che si erano proposti.

È il mio più grande difetto, dico tutto sul serio, anche quando faccio ridere, soprattutto quando faccio ridere.