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giovedì 7 novembre 2024

Versus

Sono nuda e indifesa
Sono nuda e in difesa

Invisibile e violata
Impaurita e arrabbiata

Come una madonna addolorata
Piango il lutto della mia fertilità

Decostruisco e ricostituisco
L’infanzia tradita
L’adolescenza addomesticata
L’orgasmo negato
L’aborto celato
Il parto martoriato
La sterilità inflitta
La vecchiaia rinnegata

Con la danza e con il canto
Con il gesto e con la cura
Restituisco voce e lacrime
A tutto ciò che il mondo
Non ha più voluto vedere e sentire
E che pure non ha mai smesso
Di germogliare e fiorire

Abbraccio la necessaria morte
Come un’amara benedizione
E finalmente partorisco me stessa

E questa volta sarà 
Una chiassosa festa
Di amore e sorellanza

(Monica Fronteddu)

venerdì 14 dicembre 2018

José Samarago, Le intermittenze della morte. Citazioni dal libro.



Non sono competente per formulare giudizi [...], vivere con i miei stessi errori mi dà già abbastanza daffare.

Mai più è troppo tempo.

Il risultato finale, ed è proprio questo che caratterizza gli autentici dilemmi, sarebbe stato sempre lo stesso.

Cimiteri di vivi.

Contro ciò che deve essere non c’è forza che tenga.

L’enorme capacità di sopravvivenza di quei famosi lati oscuri della natura umana.

La morte, di per sé, da sola, senza alcun aiuto esterno, ha sempre ammazzato molto meno dell’uomo.

Su di noi, la morte conosce tutto, e forse è per questo che è triste. Se è vero che non sorride mai, è solo perché le mancano le labbra, e questa lezione di anatomia ci dice che, al contrario di ciò che ritengono i vivi, il sorriso non è una questione di denti.

Realmente, non c’è al mondo niente di più nudo di uno scheletro.

Le mani sono due libri aperti, non per le ragioni, supposte o autentiche, della cartomanzia, con quelle linee del cuore e della vita, della vita, signori miei, avete sentito bene, della vita, ma perché parlano quando si aprono o si chiudono, quando accarezzano o colpiscono, quando asciugano una lacrima o celano un sorriso, quando si posano su una spalla o accennano un saluto, quando lavorano, quando stanno ferme, quando dormono, quando si svegliano.

Le speranze hanno quel certo destino da compiere, nascere l’una dall'altra, ed è per questo che, malgrado le tante delusioni, non sono ancora finite a questo mondo.

Era facile dirlo, ma sarebbe stato molto meglio tacerlo, perché spesso le parole hanno effetti contrari a quelli che si erano proposti.

È il mio più grande difetto, dico tutto sul serio, anche quando faccio ridere, soprattutto quando faccio ridere.

mercoledì 23 maggio 2018

Donne che corrono con i lupi ~ Clarissa Pinkola Estés
(una selezione di citazioni dal libro)

Hambre del alma 

Ogni volta che alimentiamo l'anima è garantita una crescita.

Se avete una cicatrice profonda, questa è una porta. Se amate il cielo è l'acqua tanto da non poterlo quasi sopportare, questa è una porta. Se desiderare fortemente una vita più profonda, una vita più piena, una vita più sana, questa è una porta.

Ma non tutto è perduto per sempre.

Vi rivelerò subito che non appartengo alla divina schiera di coloro che vanno nel deserto e tornano gravidi di saggezza. Sono passata da molti focolari, e ho sparso doni angelici là dove ho dormito, ma il più delle volte, invece della saggezza, ho trovato episodi sconvenienti di Giardasis, Escheria Coli e dissenteria amebica. Questo è il fato di una mistica della classe media dagli intestini delicati.

Cantare significa usare la voce-anima. Significa dire nel respiro la verità del proprio potere e del proprio bisogno, soffiare anima nella cosa che soffre o ha bisogno di reintegrarsi.

Quel che si può vedere nell'oscurità non è necessariamente visibile alla luce del giorno.

Va bene l'audacia, ma non la temerarietà.

Anche nel migliore dei mondi l'anima ha bisogno di essere di tanto in tanto rinfrescata.

Un deserto è un luogo in cui la vita è molto condensata. Le radici di ciò che vive sono aggrappate all'ultima lacrima d'acqua, e il fiore tesaurizza l'umidore apparendo soltanto presto la mattina e nel tardo pomeriggio. La vita nel deserto è piccola ma brillante, e quanto accade si svolge per lo più nel sottosuolo. Come la vita di molte donne.

L'iniziazione non è mai finita

La cultura è la famiglia delle famiglie.
[...]
La cultura cura. 

Se non custodisci i tuoi tesori, ti verranno rubati.

Se troppo saprai, presto invecchierai.

Nulla va mai del tutto perduto nella psiche.

La natura non chiede permessi. Fiorite e venite alla luce quando vi aggrada.

Amare significa stare con. Significa emergere da un mondo di fantasia in un mondo in cui è possibile un amore sostenibile a faccia a faccia, ossa contro ossa, un amore fatto di devozione. Amore significa restare quando ogni cellula dice: Scappa!
~
Paradossalmente quando uno dei due innamorati tenta la fuga, la relazione è investita di più vita. [...] Questo fenomeno è una delle grandi tragicommedie dell'esistenza.

"Alla fine, tutti dobbiamo baciare la strega".

Recita un antico detto: «Ignoranza è non sapere nulla ed essere attratti dal buono. Innocenza è conoscere tutto ed essere ancora attratti dal buono».
[...]
In questo stato di saggia innocenza si entra lasciando cadere cinismo e protezionismo, e rientrando nello stato di meraviglia che si osserva nella maggior parte di coloro che sono molto giovani, e in molti che sono molto vecchi. È la pratica di guardare con gli occhi di uno spirito sapiente e amante, e non con quelli del cane bastonato, della creatura inseguita, dell'essere ferito e in collera. L'innocenza è uno stato che si rinnova con il sonno. Purtroppo, molti la gettano da parte con le coperte quando ogni giorno si levano. Meglio sarebbe portare con noi un'innocenza  vigile, e tenercela stretta per riceverne calore.
Quella lacrima che dice: «Ammetto la ferita».

L'amore nella sua forma più piena è un susseguirsi di morti e rinascite. Muore la passione e rinasce. Il dolore viene scacciato e rispunta da un'altra parte. Amare significa abbracciare e nel contempo sopportare molte fini e molti inizi, il tutto nella stessa relazione.

La Morte conduce la danza, sua partner è la Vita.

Amare è imparare i passi, far l'amore è danzare quella danza.


La fioritura ci toccava in sorte su questa terra. Fiorire, non soltanto sopravvivere, è il diritto che ci spetta dalla nascita in quanto donne.

Per essere in grado di vedere le svolte giuste, dobbiamo saper vedere quelle sbagliate.

Toccando il fondo, sebbene ciò sia estremamente doloroso, si trova anche il terreno per la semina.

C'è qualcosa nella fame che provoca un obnubilamento del giudizio.
Rileggere brani di libri o di poesie che ci hanno commosse. Passare anche soltanto pochi minuti in riva d un fiume, accanto a un corso d'acqua o in una caletta. Sdraiarsi per terra nella luce che filtra dagli alberi. Stare con la persona amata senza avere i bambini attorno. Sedere sotto il portico a sgranare, sbucciare o rammendare qualcosa. Camminare o guidare per un'ora, senza meta, e poi tornare. Prendere un autobus con destinazione ignota. Tamburellare con le dita ascoltando musica. Salutare il sole che sorge. Raggiungere un posto dove le luci non interferiscono con il cielo notturno. Pregare. Stare con un amico speciale. Sedere su un ponte lasciando ciondolare le gambe. Tenere in braccio un bambino piccolo. Sedere in un bar, accanto alla finestra, e scrivere. Sedere in una radura tra gli alberi. Asciugarsi i capelli al sole. Aprire le mani sotto la pioggia. Curare le piante e sporcarsi ben bene le mani di terra. Contemplare la bellezza, la grazia, la commovente fragilità degli esseri umani. 

I vecchi Inuit dicono che il respiro di un Dio e il respiro di un essere umano, quando si mescolano, fanno sì che una persona crei una poesia intensa e sacra.
Proprio la poesia e il canto sacro andiamo cercando, la grande occasione di usare il linguaggio selvaggio che impariamo nelle profondità del mare. 

Molto tempo fa la parola inglese "alone", solo, era composta da due parole, "all one". Essere "all one" significava essere nell'unicità, essenzialmente o temporaneamente. È proprio questo il fine della solitudine.
[...]
Nei tempi antichi, come riportano medici-guaritori, religiosi e mistici, la solitudine intenzionale era un palliativo e anche una misura preventiva. Vi si ricorreva per sanare la fatica e per prevenire il logoramento. Era usata anche come oracolo, un modo per ascoltare il Sé interiore onde sollecitare consigli e guida, impossibili a udirsi nel frastuono della vita quotidiana.

Non è difficile a farsi, il difficile è rammentarsi di farlo.

“Ella habla por en medio en las piernas”.

Dimenticare è un gesto attivo, non passivo.

Forse non ci sarà il finale "e poi vissero felici e contenti", ma quasi per certo ci sarà un nuovo "C'era una volta" per ricominciare.

La redenzione cura la ferita un tempo aperta. Ma rimarrà certo una cicatrice. Al cambiare del tempo la cicatrice dorrà ancora. Questa è la natura del vero lutto.

Il nostro desiderio di morire senza morire.

Anche se molte saranno le cicatrici, è bene ricordare che, nella resistenza alla tensione e alla pressione, la cicatrice è più forte della pelle. 
Capo espiatorio.

A nessun essere senziente in questo mondo è concesso di restare per sempre innocente.

Il Diavolo simboleggia la forza oscura della psiche, il predatore [...]. Questo Diavolo è un brigante archetipo che ha bisogno della luce, la vuole, l'assorbe. In teoria, se gli fosse data la luce - ovvero una vita con la possibilità di amare e creare allora il Diavolo non sarebbe più il Diavolo.

Arricchimento e reintegrazione.

Dicendo «reclamare», pensiamo all'inoltro di proteste e lagnasse, perché questo è l'uso attuale del termine. Ma ha un significato più antico, derivante dal'antico francese reclaimer, che significava «richiamare il falcone liberato». Dunque far sì che qualcosa del selvaggio torni quando è richiamato.

Il meglio non può e non si deve nascondere.

Se non vai nei boschi, nulla accadrà mai, e la tua vita non avrà mai inizio.


Historias que son medicina.
[...]
Una storia non è semplicemente una storia. Nel suo senso più innato e consono, è la vita di qualcuno. Sono il numen della sua vita e la familiarità di prima mano con le storie che portano a rendere la storia una «medicina».
[...]
Andate e lasciate che le storie, ovvero la vita, vi accadano, e lavorate queste storie dalla vostra vita - la vostra, non quella di qualcun altro -, riversateci sopra il vostro sangue e le vostre lacrime e il vostro riso finché non fioriranno, finché non fiorirete.



giovedì 7 luglio 2016

"Il pane carasau è un pane della mia terra. È costituito da fogli rotondi di un sottile impasto, abbrustolito e croccante. È fragile e si spezzetta facilmente, ma può essere anche bagnato e in pochi minuti un foglio si trasforma in un lenzuolo di pane. Può essere così piegato, arrotolato o tagliato nel modo che si preferisce.

Provengo da un’isola, nella quale forte si fa sentire il canto del mare che chiama. Una stanza può diventare una gabbia, una casa un carcere, un’isola può finire per soffocare. Nella mia terra non è troppo facile vivere e il mio mare sa cantare canzoni che ti fanno venir voglia di andar via. I desideri diventano necessità, le aspirazioni lavori, le metropoli case in cui risiedere. La mia è una terra di partenze.

Provengo da una terra in cui si parla un’altra lingua. Gli anziani custodi della lingua sono suonatori virtuosi, è un piacere ascoltarli. Sono lenti e pazienti nei gesti, scorbutici nei modi ma come se dovessero difendersi. Hanno le mani spaccate dal lavoro e quasi mai pulite del tutto. Quando parlano sembrano recitare delle formule magiche. Anche il più stupido fra loro appare saggio, e se apre bocca per parlare cancella ogni traccia di stupidità. La mia è una terra di musica.

Provengo da un mondo con le lacrime agli occhi e il coltello in tasca. Spesso siamo uno contro l’altro, affoghiamo il dolore nel sangue, non sappiamo perdonare. Le madri piangono i figli. L’odio ha trovato posto fra i nostri monti e ho paura tarderà ad andare via. Siamo in pochi, è facile prendersela con il più vicino. Fra noi c’è chi è stato capace di barbarie imperdonabili.

Provengo da un mondo con le lacrime agli occhi e il riso e il grano fra le mani. Fra la mia gente ho conosciuto l’amore tenero e sincero di chi può andare avanti solo condividendo tutto. Si piange per la felicità del figlio sposo. Sappiamo festeggiare e volerci bene. I nostri bambini, quando parlano come solo qui si parla, sembrano avere centinaia d’anni e fanno sorridere. La mia, come tutte, è una terra di gente. Bella e brutta.

Provengo direttamente dalla bellezza. Il mare qui è azzurro. La primavera verde di vita, l’estate gialla di sole, l’autunno rosso di vino e l’inverno bianco di neve. Il vento sconvolge i pensieri, il sole si fa maledire per quanto è forte. Abbiamo case in pietre e legno veri, paesini sparpagliati sulle vallate, alternati a pascoli e boschi. La mia è una terra di colori.

Provengo dal meravigliarsi. Da noi tutti hanno da parte un’espressione, per quando ci si meraviglia. E tutto ci ha meravigliato, almeno una volta. Dirai, questo capita dappertutto: sì, ma è un processo che dopo un po’ si ferma. Qui c’è gente pronta a meravigliarsi ancora oggi per il telefono senza fili, e non è uno scherzo. Ci si meraviglia per i turisti molto alti, per certi modi di comportarsi, per certe usanze. E chi arriva qui fa lo stesso, ma al contrario. C’è davvero da meravigliarsi per le vecchine minuscole, per certi modi di vestirsi e di comportarsi, per certe tradizioni. La mia è una terra di meraviglie.

Provengo da un luogo in cui tutto sembra dover essere per sempre. Ci sono maschere, costumi, canti e balli: raccontano la storia della mia isola a testa alta. Da sempre. I litigi, da me, sono per sempre. L’amicizia e la lealtà. Niente è vero in assoluto, è chiaro. Per fortuna o per sfortuna, questo dipende. La mia terra è la mia terra, lo sarà per sempre. Non ci sarà altro posto che potrò mai chiamare casa.

Tutto da me è come il pane carasau. Appariamo forti, sembra preferiamo spezzarci piuttosto che piegarci. È proprio così, eppure una parola gentile o una difficoltà vera ci ammorbidiscono l’anima. Abbiamo il cuore come il sughero. Ruvido e fastidioso al tatto, ma a saperlo lavorare vengono fuori dei capolavori.

Questo è per gli esuli, per chi ha ascoltato il canto del mare senza dimenticare. Se qualcuno di loro lo stampasse e lo leggesse a voce alta, e il suono che ne verrebbe fuori gli piacesse. Allora mi piacerebbe pensare: stampata, questa sarebbe carta da musica."


martedì 11 marzo 2014

Lacrime di yoga

Può capitare durante una lezione di yoga (solitamente durante la fase finale in cui si pone molta attenzione al respiro o durante il rilassamento profondo in savasana) di essere presi da un'improvvisa e irrefrenabile voglia di piangere o di ridere.

In particolare il desiderio di pianto spesso crea un forte imbarazzo in chi lo prova, soprattutto se si tratta di un principiante, perché non sa come gestirlo e perché si sente colto di sorpresa e messo a nudo nelle sue emozioni che sicuramente preferiva non palesare, mente loro - le stronze - spingono al massimo per uscire fuori.

La prima cosa da sapere è che si tratta di un fenomeno assolutamente naturale e che capita molto spesso (ve lo dice una che lo ha sperimentato tantissimo!). Di solito colpisce più facilmente gli allievi principianti e le persone molto sensibili, ma può capitare a chiunque, anche a insegnanti e ad allievi esperti, magari in seguito ad una sessione molto intensa o sentita.

Quando con l'esperienza si impara a riconoscere e a gestire questa sensazione la si saluta come una benefica liberazione.

Non c'è da vergognarsene, da imbarazzarsi, da colpevolizzarsi. La cosa migliore da fare è assecondare l'impulso, far scorrere le lacrime (o le risate) e liberare quelle emozioni rimaste intrappolate che finalmente, grazie allo yoga, hanno trovato la loro strada per fluire. Un espediente può essere quello di "approfittare" di savasana e di coprirsi gli occhi con un asciugamano.

A questo proposito riporto un interessante post di Facebook di Luca Renzini http://www.ilrespirodanzante.com/
"Domanda: Chi sono gli allievi che possono piangere in una delle tue lezioni?
Risposta: Per me quelli più belli...
Domanda: In che senso?
Risposta: Se parliamo di vasi si rompe più facilmente il ming o la gomma? E bada bene per pianto o sorriso che sia intendo emozioni che emergono, intelliggibili anche se non palesemente espresse
."